Impressioni Viaggio Uganda 2012

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AGOSTO 2012 UGANDA

Scrivo, in queste poche righe, le mie personali impressioni sul viaggio in Uganda, cercherò di mettere su carta qualche emozione legata a momenti particolari. So già che non sarà facile, non solo a causa della mia poca dimestichezza con la scrittura, ma soprattutto perché certi momenti bisogna viverli… non si possono raccontare. Avevo sentito i racconti dell’amico Gregorio, visto le sue foto, letto il suo reportage, partecipato agli incontri preparatori, non si può dire dunque che andassi alla cieca, credevo di sapere più o meno cosa mi aspettasse. invece ho dovuto vivere quelle situazioni per conoscere e capire veramente… Partiamo il 31/07/12, siamo in quattro: Liviana la capogruppo, Paola, Martina ed il sottoscritto, Cesare. Una delle mie difficoltà è quella di non riuscire a dormire su nessun mezzo di trasporto, mi ritrovo così in piena notte sopra l’aeroporto di Entebbe, bello sveglio, seduto vicino all’oblò di un Airbus A320 probabilmente mio coetaneo, ( intendo dire vecchio, per chi non mi conosce). Sotto di noi è un mare di nebbia e nuvole bassissime… l’aereo si abbassa, vedo le luci blu della pista, siamo ancora troppo alti, penso tra me… infatti dopo un passaggio a bassa quota ci rialziamo un po’ . Passano alcuni minuti durante i quali non si capisce cosa intende fare il pilota, mentre la preoccupazione comincia ad essere evidente anche sul volto degli altri passeggeri, si capisce dai comunicati che non si rischia l’atterraggio, ma si va a Kigali in Ruanda, là aspetteremo che il tempo sopra Entebbe migliori…. E infatti aspettiamo…! L’aereo fermo a Kigali e noi dentro, una tortura per chi non riesce a dormire…finchè le luci dell’alba rivelano un piccolo aeroporto del quale mi ricordo un gran numero di trattori agricoli che sfrecciano qua e là senza alcun ordine apparente, chi trasportando bagagli e chi sembra semplicemente farsi una passeggiata mattutina... Questa prima immagine di una gestione un po’ allegra e disorganizzata mi accompagna nel viaggio di ritorno verso Entebbe dove questa volta atterriamo senza problemi. Entebbe… questo nome mi è rimasto in testa da quando qui ebbe luogo l’operazione delle forze speciali israeliane entrata nella storia come una delle più audaci missioni nella lotta al terrorismo. Era luglio del 1976 e, a quei tempi io, poco più che ventenne, mi appassionavo di storia e azioni militari ardite… il tempo dei ricordi è breve perché abbiamo la brutta sorpresa di una valigia non arrivata e il mio stentato inglese viene già messo in crisi nella compilazione del modulo di smarrimento. Fortunatamente, fuori ci sta ancora aspettando il nostro “driver” Francis, è proprio lui, quello delle foto di Gregorio, occhio sveglio e faccia simpatica….! Attraversiamo Kampala verso le 13, un traffico caotico e senza regole, in periferia Francis prende una scorciatoia che ben presto si rivela più simile ad una pista da motocross che ad una strada, buche enormi e baracche fatiscenti ai lati, un gran numero di bambini mal vestiti si muove tra polvere ed immondizia, poi finalmente una strada dritta con poco traffico, ai lati un’ infinità di baracche-negozi, tutti vendono ma a vista non ci sono clienti…. Mentre sto pensando tra me… “ma quanto sono messi male questi..!”..ci fermiamo in un mercatino di frutta ai lati della strada dove acquistiamo ananas e un po’ di lady fingers, sono delle mini banane… Sarà che abbiamo fame, ma queste bananine hanno un sapore eccezionale! Ripartiamo, il panorama si apre svelando un territorio sempre più verde, una natura rigogliosa e meravigliosa. Il verde è il mio colore preferito…e qua è tutto verde..! Cambia velocemente il mio pensiero… che fortunati sono a vivere qua…! Quando poi, nella sosta per il pranzo alla missione di Kasaala, mangiamo un’ananas mi viene da dire “datemi un’ananas così al giorno ed io non chiedo altro..!” Riprendiamo il viaggio subito dopo pranzo per la nostra prima meta, la missione di Bala. Su una strada dritta ed asfaltata ma erosa ai bordi, in qualche tratto in maniera profonda, rimangono sì e no due corsie costellate di buche di enormi dimensioni. Gli autoveicoli avanzano facendo degli slalom per evitare le buche e trovandosi spesso di fronte a pochi metri di distanza….chi passa? Ho capito…quello più grosso…. Sinceramente ho avuto paura…è un far west! Ti riprende lo sconforto, che ci vorrà a chiudere qualche buca…?! Attraverso una parte finale di piccole stradine di terra rossa arriviamo alla missione di Bala: una chiesa e delle costruzioni immerse nel silenzio di una natura spettacolare. Ci accolgono padre Remigio e padre Ponziano, di una tranquillità il primo e di una serenità il secondo, che sembrano in qualche maniera scaturire dall’ambiente circostante…. si sta così bene qui, è tutto così rilassante che anche il cuore sembra battere più piano… cosa importa se non c’è energia elettrica, che fastidio può dare qualche geco che circola in camera…. La notte ha piovuto molto, è mattino presto, un timido sole illumina il giardino della missione, i fiori e gli alberi ancora bagnati hanno colori spettacolari…. Dopo colazione ci dirigiamo verso la scuola Aumi per incontrare alunni, insegnanti e genitori. Probabilmente era stata preparata un’ accoglienza più formale ma appena arriviamo nei pressi della scuola, come un fiume che straripa, decine, centinaia di bambini circondano il nostro pulmino con un entusiasmo che sinceramente non riesco a descrivere, tutti ci vogliono toccare, tutti vogliono starci vicini, neanche fossimo delle star, è difficile camminare… Non so se anche il mio viso ha la stessa espressione di quello di Paola e Martina che mi stanno poco lontano… loro sono un misto di stupore, incredulità, felicità…. Poi discorsi, canti e balli…. Nella giornata visitiamo quattro scuole.. un overdose di bambini!! Tutto bellissimo stavolta? Non proprio: i dormitori sono tali che forse una delle mie delicate gatte si rifiuterebbe di entrare….le aule delle scuole sono per lo più senza finestre (nel senso che c’è solo il buco, manca l’infisso), non hanno banchi né sedie, i bambini stanno seduti a terra, non so in quanti… un centinaio credo… molti di essi sono scalzi, i più fortunati calzano improponibili scarpe. Sono un professore, i nostri alunni si lamentano di tutto, nei loro occhi non riesco più a vedere la scintilla della ricerca della conoscenza, qua gli studentinon hanno niente, ma i loro occhi non sono disperati, guardate le mie foto, sono attenti, curiosi, occhi pieni di speranza…. sarebbe bello poter insegnare loro… Due giorni due pagine.. tranquilli non ho intenzione di scrivere un libro..mi sono volutamente dilungato sulle esperienze iniziali per darvi le informazioni necessarie, per creare la giusta atmosfera per comprendere quello che cercherò ora di spiegare: per tutto il primo giorno io ho continuato a ragionare da occidentale in vacanza, giudicando le situazioni con il mio metro e le mie sensazioni hanno seguito un andamento a “corrente alternata” con momenti di scoramento ed altri di entusiasmo… In mezzo ai bambini del secondo giorno, mentre il tempo scorreva tra canti e balli ho avuto il tempo per ripensare sia a quanto ci diceva lo psicologo negli incontri preparatori, sia a quanto aveva scritto Gregorio: per apprezzare appieno l’Africa bisogna spogliarsi della nostra presunzione, del nostro crederli arretrati e cercare di adattarsi al loro ritmo di vita che sembra dettato dalla natura stessa dalla quale loro prendono solo il necessario per vivere… Visitando una capanna di campagna a Kasaala, insieme a padre Giorgio che faceva da interprete, ho chiesto perché non aumentavano l’area coltivata, in fondo sarebbe bastato ripulire il fertile terreno dalle erbacce..” perché devo farlo, a noi basta questo…” è stata la disarmante risposta… Quanto mi sono sembrati lontani, in quel momento, i nostri problemi di tutti i giorni, la crisi dell’euro, lo spread, la produttività…. mi sono sentito più povero del contadino vestito di stracci che lavorava la terra con la sola zappa… ho invidiato la sua tranquillità… Entrando in questa ottica e lasciandosi trasportare dagli eventi tutto diventa… direi più sfumato, anche le reazioni alle situazioni più estreme si attenuano, si può capire chi riesce a convivere con l’Aids con il sorriso sulle labbra….. E così, con queste considerazioni nella mente, riesco a non turbarmi più di tanto al dispensario di Iceme dove le galline passeggiano indisturbate tra i malati o al Lacor hospital dove se ci sono mille degenti, all’esterno, nei giardini, sono accampati alla meglio, almeno il doppio o il triplo di parenti in condizioni che vi lascio immaginare. Ma quando visitiamo il college modello di Aboke, mentre la direttrice si sforza di mostrarci quanto è tutto simile ai nostri istituti, tutto ordinato, tutto pulito, tutto preciso, mentre la parte dell’ingegnere che c’è in me si sforzava di convincermi che quello era la cosa migliore finora vista, c’era una sensazione nuova che mi suggeriva invece di accostare tutta quella perfezione più a un luogo di controllo, a una prigione o a qualcosa di simile…. È stato quello l’attimo, un attimo in cui capisci di essere sulla via giusta per vivere un po’ di giorni a fianco di questi uomini, di queste donne e bambini non più come un estraneo temporaneamente trapiantato solo per vedere le bellezze della natura ed evidenziare le difficoltà della vita di tutti i giorni. Non so se è possibile per noi vivere in questa maniera, se siamo noi che ci stiamo dannando l’esistenza per reggere i ritmi della nostra modernità, se loro hanno un DNA diverso… Voglio terminare questa prima parte lasciandovi questa immagine, una di quelle che mi è rimasta più impressa, vi allego la foto dell’unico nero ugandese che ho visto preoccupato, con la testa tra le mani un po’ alla nostra maniera…specie in questi periodi!!

 

Avete notato..? è vestito come noi….!! Questa seconda parte per delle precisazioni che ritengo necessarie per meglio capire.. Senza rinnegare nulla di quanto sopra scritto, augurando anche a voi un periodo così intenso, sento il dovere di rendervi partecipi delle mie preoccupazioni per il futuro di un piccolo paese come l’Uganda. Noi abbiamo visitato la parte nord, la più povera, la meno industrializzata, la parte che sembra abbandonata dallo stato, la gente è semplice, genuina, vive di tradizioni, ma per questo forse più bisognosa di aiuto. Non sto parlando di elemosina, non manca di che mangiare, c’è bisogno di istruzione, per difendersi da una globalizzazione che non ti lascia vivere in pace, anche se non chiedi nulla, le cui avvisaglie sono già evidenti. Ogni facciata delle povere abitazioni è una pubblicità, per la maggior parte in mano a gestori di telefonia mobile, accanto all’onnipresente Coca Cola… Nelle aspirazioni dei ragazzini ugandesi c’è al primo posto la bicicletta, al secondo il telefonino, poi la radio….mentre il primo ed il terzo sono ben comprensibili, il secondo è sintomatico di come in una nazione giovane, culturalmente impreparata abbiano facile presa i venditori di attrazioni tecnologiche Intendiamoci, non ho niente contro le moderne tecnologie, dovrei rinnegare il mio lavoro, ma è una questione di priorità: qualunque paese per essere libero ha bisogno che la sua popolazione sia istruita, ma in questo meraviglioso posto che è l’Uganda, almeno nelle zone che abbiamo visitato, senza la presenza dei missionari comboniani la gente non avrebbe modo alcuno di istruirsi… Il mio profondo rispetto per delle persone che abbiamo conosciuto, che si spendono per creare un futuro a questa gente senza pretendere di cambiare la loro mentalità. Mi piace ricordare il vescovo Franzelli, padre Remigio, padre Ponziano, padre Giorgio, padre Giannino, fratel Elio, padre David, padre Roberto, padre Philiph ed in modo particolare padre Alex che è stato con noi un’ intera settimana. Di fronte alla forza e alla passione con cui (per qualcuno a dispetto dell’età) alcuni di questi portano avanti i loro impegni, io mi sono sentito un piccolo uomo…. La scuola però costa anche qua, specie le superiori, tanto più l’università…ma è possibile il sostegno a distanza di un bambino aiutandolo così nel suo percorso scolastico (Contattare Centro Missioni Onlus Osimo). Un'altra mia preoccupazione è sorta nel di vedere, nei dintorni della capitale, bandiere cinesi sventolare sulle fabbriche di una certa dimensione, un paese povero, con un governo che sembra aver esaurito la spinta democratica iniziale, diventa facile preda di chi è maestro nel conquistare posizioni strategiche. Gli appalti delle grandi strade sono tutti in mano ai cinesi e, mentre i locali, su strade in costruzione larghe venti metri, continuano ad utilizzarne solo sei, i cinesi stanno scalzando gli indiani dalle catene dei negozi…. Contro questi non so se basta l’istruzione….

Cesare Bora 

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